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Articolo 21 - Osservatorio Estero
L’inferno alle porte del Nord. In Yemen ancora un giorno di piombo
L’inferno alle porte del Nord. In Yemen ancora un giorno di piombo

di Simone Petrelli

Tra i ribelli sciiti yemeniti è panico. Morti e feriti in gran numero, ed il peggio è che si tratta sia di yemeniti che di sauditi. L'esercito di Ryad, secondo gli insorti del nord dello Yemen, spinge senza sosta. Perché si accanisce a lottare contro il tempo, cercando di costruire un grosso muro che faccia da argine e confine fra i due Paesi. E lo stanno edificando in pieno territorio yemenita. Senza nemmeno fare i conti con i residenti della zona, che rifiutano qualsiasi recinzione che dannerebbe l’economia e li separerebbe ad oltranza dai loro cari e conoscenti che vivono dall'altra parte.

Nelle retrovie l'esercito governativo combatte ancora. Contro i ribelli sparpagliati tra le dune. Contro gli uomini dell'imam Abdel Malik al-Houthi. Per il presidente Ali Abdullah Saleh, l’uomo che nelle ultime ore ha annunciato che i ribelli sciiti del Nord “si trovano nella peggiore delle situazioni”. Dopo l’ultima grande battaglia, quella di due settimane fa ad Harf Sufyan, i ribelli sembrano ormai circondati ed isolati. “Ora posso dire con certezza che presto avremo la meglio su di loro", ha detto Saleh, calcando la mano sullo spaventoso tasso di defezione che si sarebbe registrato tra le fila degli sciiti.

Ma qui ogni novità, ogni notizia, ogni voce va presa con le molle. Perché esistono tante, troppe versioni della verità. Facciamo un esempio. Fino a poco meno di un mese fa, la posta in gioco era piuttosto alta: il palazzo presidenziale che domina la città di Sàda, provincia di Sàda, ad un tiro di schioppo da quella linea geometrica, assurdamente netta, che taglia in due il deserto al confine tra Yemen ed Arabia Saudita. In quell’occasione, secondo le cronache di al-Arabiya, le truppe del governo avevano soverchiato sfruttando il buio della notte le resistenze dei ribelli, dopo cinque ore di sfiancante quanto violenta offensiva.

Sul quel palazzo oggi pare che la bandiera dello Yemen sventoli tranquilla. Pare. Sembra che l’imam al-Houthi si sia ritirato, per la gioia del maggiore Ali Abdullah Saleh, figlio del presidentissimo e testa pensante della guardia repubblicana, al quale non resta che gonfiare il petto in pubblico. Ma questa è solo una delle versioni della storia. Altrove i resoconti dei fatti di Sàda mutano. Le fonti vicine ai ribelli sostenevano che l’imam si fosse assicurato il controllo di tutta la provincia. Su un unico dato le cronache sembrano tuttora convergere: durante gli scontri gli armati cadono come mosche, da una parte e dall’altra. Solo nel corso della giornata di mercoledì scorso, ventinove zaidisti sciiti hanno perso la vita.

Vanno a sommarsi al novero delle vittime di un conflitto che da un paio di mesi impegna forze governative ed oppositori tra Harf Sufyane e Sàda, a nord di Saana, la capitale yemenita. Sono passati solo pochi giorni dalla visita di Amr Mussa, capo carismatico della Lega Araba venuto nel Paese apposta per incontrare il presidente Ali Abdallah Sale. E per dire la sua sulla sanguinosa diatriba locale, proclamandosi favorevole all'unità dello Yemen e totalmente fiducioso nell’operato dell’attuale presidente.

Ma lo Yemen è e resta uno dei paesi più poveri del Medio Oriente. Ha visto e vissuto il boom economico a partire dal 2000, con una serie di riforme tese alla modernizzazione delle strutture del Paese. Ma in Yemen i soldi si fanno principalmente in un modo. Esportando il petrolio. Per quanto privo del controllo assoluto sulla situazione del Paese, Sale è il primo presidente democraticamente eletto. Ed il leader più longevo della storia di un Paese perennemente in bilico. E’ stato capace di vincere alle elezioni del 1999 riportando una maggioranza davvero schiacciante. Peccato che in quella tornata l’opposizione non era considerata.

E’ un posto strano, lo Yemen. Un Paese che si barcamena tra Oriente ed Occidente, tra la tradizione ed il denaro facile. Ha aderito praticamente subito alla guerra globale al terrorismo targata Usa. In questo modo ha avuto in dono istruttori militari inviati direttamente dalle fila delle squadre speciali statunitensi. Poi è iniziata la stagione della ribellione, degli imam guerrafondai e degli zaidi, nella torrida estate del 2004. Ma la guerra intestina non è l’unico vulnus del luogo. Siamo in un Paese in cui il fantomatico Ministero delle Comunicazioni controlla pedissequamente il contenuto di tutte, dico tutte, le trasmissioni tv e radio grazie ad un atto denominato Public Corporation for Radio and TV.

Siamo in un Paese in cui il governo ha messo ampiamente le mani nella carta stampata, finendo per gestire direttamente parecchi giornali. Perfino le testate che si professano indipendenti, per poche che siano, sono sottoposte al controllo ministeriale che assedia le stamperie. Così, un po’ per l’elevata censura ed un po’ per l’alto livello di analfabetismo, grande credito sul territorio raccolgono anche le frequenze televisive e radiofoniche di diverse stazioni Omanite. E, naturalmente, le trasmissioni provenienti dal confine settentrionale, dall’Arabia Saudita.

Proprio qui, nello Yemen settentrionale, si ammassano gli sfollati del nuovo conflitto. Il governatorato di Sàda è isolato, e gli accessi al distretto contiguo, Al Jawf, sono tutti sigillati tranne uno. Ogni giorno circa 200 persone fuggono da Sàda in direzione di Al Mazrak, del campo profughi. Le autorità locali hanno individuato un secondo sito per costruire un nuovo campo 5 km oltre Al Mazrak. L’UNHCR ha lanciato un appello per l’emergenza umanitaria in Yemen, chiedendo 5 milioni di dollari di aiuti. Ma ne mancano ancora più della metà.

Frattanto la guerra dilaga e si riversa come un fiume sempre più a sud. E c’è chi giura che perfino la capitale si stia lentamente e pigramente svuotando.

 

Dalla rete di Articolo 21